Alla vigilia della giornata internazionale della Salute e Sicurezza sul Lavoro, in concomitanza con il 1 Maggio, sentiamo già risuonare le tante parole, pronunciate da istituzioni e politici, che si disperano al nostro fianco, addolorati per la situazione di estrema insicurezza e precarietà in cui siamo costretti a lavorare.
Sappiamo bene ormai che si tratta di chiacchiere, oggi pronunciate, domani dimenticate, mentre noi rischiamo di venire uccisi ogni giorno.
Scomparso l’effetto Covid, che in questi due anni è stato utilizzato per giustificare il maggior numero di infortuni e malattie professionali, rimane una realtà sempre più allarmante.
Nei primi due mesi del 2024 le denunce di infortunio sono state 119 con un aumento del 19% rispetto lo stesso periodo dello scorso anno.

Se consideriamo solo quelli con esito mortale, l’aumento è ancora maggiore. Sono 91 i lavoratori uccisi, rispetto ai 73 del 2023, con un aumento del 24,7%.

La nostra Regione è sul podio fra le regioni più insicure, seconda solo alla Lombardia, con otto lavoratori che hanno perso la vita pur di lavorare.
I settori più a rischio sono le Costruzioni, il Trasporto e Magazzinaggio, il Commercio e le Attività manifatturiere. Questi infatti sono i settori dove le assunzioni precarie sono più alte, in molti casi con contratti grigi, cioè con un orario di 10 o 20 ore settimanali, quando invece, se dice bene, si lavora per almeno otto ore al giorno.
Rispetto i proclami che vengono fatti, noi sappiamo bene che non moriamo per un nostro errore o per una tragica fatalità che un incidente possa sempre accadere, veniamo uccisi dalle condizioni di sfruttamento e precarietà in cui siamo costretti. I lavoratori a tempo determinato muoiono il doppio rispetto a quelli a tempo indeterminato con un incidenza che passa dall’8,98% nel primo caso al 4,49% nel secondo (fonte Inail 2018-2022). Questo perché i contratti a tempo sono spesso di pochi mesi, nessuna formazione specifica viene effettuata sui rischi che si corrono e su come usare in sicurezza le attrezzature. In aggiunta, nella maggior parte dei casi, ai lavoratori non vengono forniti i dovuti Dispositivi di protezione individuali anche perché vengono assunti con la mansione più bassa, così da risparmiare, per poi essere impiegati dove serve.

Allo stesso modo, i lavoratori migranti uccisi da inizio anno sono 21 su un totale di 91, con una probabilità che è più del doppio rispetto ai lavoratori italiani (8,8 morti ogni milione di occupati, contro i 3,3 degli italiani). Questo perché, in genere, gli stranieri sono più esposti a lavori precari o completamente in nero, la loro estrema di necessità di lavorare per mantenere il permesso di soggiorno li costringe ad accettare condizioni più estreme di sfruttamento fra cui turni molto più lunghi e lavorazioni più pericolose.

Gli enti istituzionali, come Asl e Ispettorato del lavoro, titolati ad effettuare controlli e sanzioni sulla Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro, sono stati depotenziati. Il personale addetto alla vigilanza e al controllo è ridotto ai minimi termini, le poche assunzioni fatte lo scorso anno non coprono neanche i pensionamenti. A questo si aggiungono i mancati rimborsi e l’assenza di mezzi di spostamento adeguati per le attività di sorveglianza, come se un ispettore potesse recarsi in mezzo ai campi o nei capannoni in autobus.

La nostra possibilità è organizzarci, un solo lavoratore può essere minacciato o licenziato, ma niente può essere fatto contro i lavoratori uniti. Dobbiamo bloccare i luoghi di lavoro in cui non vengono messe in atto le misure di sicurezza previste per legge, fino ad ottenere le condizioni minime che rendano l’attività che svolgiamo ogni giorno, lavoro e non un rischio di morte continuo.

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